Si fermarono davanti all’ufficio di Van Atta, e questi accese le luci e l’impianto dell’aria appena entrarono. Dall’odore di chiuso, Leo arguì che l’ufficio non doveva venire usato molto spesso: probabilmente, il funzionario passava la maggior parte del proprio tempo molto più comodamente sul pianeta. Un grande oblò incorniciava una splendida vista del pianeta Rodeo.

— Ho fatto un po’ di strada dall’ultima volta che ci siamo visti — disse Van Atta incontrando il suo sguardo. L’atmosfera lungo il bordo superiore di Rodeo, osservata da quella particolare angolazione, produceva degli spettacolari effetti prismatici di luce. — In molti sensi. E non mi dispiace restituire il favore. Ritengo che chi arrivi in cima abbia il dovere di ricordarsi come ci è arrivato. Noblesse oblige e tutto il resto. — Il leggero inarcarsi delle sopracciaglia invitò Leo ad unirsi a quelle soddisfatte autocongratulazioni.

Ricordarsi, appunto. Il completo vuoto di memoria di Leo stava diventando sgradevolmente imbarazzante. Sorrise e approfittò del fatto che Van Atta fosse occupato ad attivare la consolle di comunicazione della propria scrivania, per voltarsi e compiere un educato e tranquillo giro della stanza come se ne stesse esaminando il contenuto.

Una piccola targa sulla parete che recava inciso un allegro motto attirò la sua attenzione. Il sesto giorno Dio si accorse che non poteva fare tutto da solo e così creò gli INGEGNERI. Leo sbuffò, solo vagamente divertito.

— Piace anche a me — disse Van Atta, che aveva sollevato la testa dalla scrivania per vedere la causa di quella risatina. — Me lo ha dato la mia ex-moglie. È praticamente l’unica cosa che quella avida puttana non si è ripresa quando ci siamo separati.

— Lei era un… — cominciò Leo e poi si interruppe mentre stava per pronunciare la parola ingegnere, perché finalmente aveva ricordato; anzi, si chiese come avesse fatto a dimenticarsene.



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