
— Dove stiamo andando? — chiese a Van Atta seduto accanto a lui.
— Ah! Vede quel puntolino a circa trenta gradi sopra l’orizzonte? Lo osservi bene, è quella la sede del Progetto Cay.
Il puntolino s’ingrandì rapidamente, trasformandosi in una struttura caotica, tutta ad angoli e spigoli, con luci colorate che illuminavano come lustrini le ombre nette. L’occhio esercitato di Leo individuò le strutture principali: i serbatoi, i portelli di carico, i filtri per le serre che baluginavano alla luce del sole, le dimensioni dei pannelli solari in rapporto al volume approssimativo della struttura.
— Un habitat orbitale?
— Esatto — rispose Van Atta.
— È enorme.
— Davvero. Quante persone pensa che ospiti?
— Oh… mille e cinquecento.
Van Atta sollevò un sopracciglio, forse per il disappunto di non poter correggere la cifra. — Praticamente esatto: millequattrocentonovantaquattro dipendenti della GalacTech a rotazione e mille abitanti permanenti.
Le labbra di Leo ripeterono la parola «permanenti»… — Parlando di rotazione: come vi regolate con il personale per il decondizionamento dall’assenza di gravità? — Il suo sguardo abbracciò l’enorme struttura. — Perché infatti non vedo neppure una ruota per l’esercizio fisico… niente palestra rotante?
— C’è una palestra a gravità zero. Il personale che si avvicenda, trascorre un mese a terra per ogni turno di tre mesi.
— Costoso.
— Ma abbiamo costruito l’Habitat a meno di un quarto del costo necessario per lo stesso volume di spazio abitativo con un sistema di gravità artificiale.
— Ma certamente a lungo termine perderete quello che avete risparmiato sulla costruzione, dovendo sostenere i costi di trasporto del personale e le spese mediche — ribatté Leo. — I viaggi delle navette, le lunghe licenze, tutti coloro che se ne vanno in pensione con un braccio o una gamba rotte, citeranno la GalacTech per i danni, compresi quelli psicologici, anche nel caso che non fosse stata accertata una significativa demineralizzazione delle ossa.
