Lou puntò il dito verso lo schermo. — Lo vedi anche tu. Stiamo ancora sotto di tre ordini di grandezza.

Greg fece un leggero fischio. — Così vicini?

— Vicini? Secondo me, siamo ancora a una distanza astronomica.

Greg scoppiò a ridere. Aveva una risata contagiosa, quasi infantile: tutti lo conoscevano all’Istituto. — Sei giù di corda, perché c’è ancora del lavoro da fare. Però, se pensi per un momento a che punto eravamo sei mesi fa, quando hai avviato questo programma!

— Sì, può darsi — ammise Lou. — Però abbiamo ancora molta strada da fare.

Rientrarono nell’ufficio di Lou. Greg Belsen era uno dei biochimici più giovani, dinamici e brillanti dell’Istituto. Arrivava agli uno e ottanta di altezza ed era un po’ più robusto di Lou. Era sottile e senza pancia, in quanto assiduo frequentatore di campi di tennis e pallavolo, due degli sport considerati di maggiore utilità sociale. Come Lou, Greg aveva i capelli scuri e dritti. Però aveva la faccia rotonda, e gli occhi bruni. I lineamenti di Lou erano più angolosi e gli occhi erano azzurri.

— Posso darti una mano? — chiese Greg, prendendo l’altra seggiola dell’ufficio di Lou. — So che oggi avevi piacere di partecipare alle gare di volo.

Lou si lasciò cadere sulla sedia. — No, nessuno è in grado di programmare Ramo in fretta come me. E Kaufman ne ha bisogno per lunedì mattina.

Greg annuì, poi disse: — Lo so.

— È davvero così importante? — chiese Lou.

Greg gli sorrise. — Non sono un genetista, come Kaufman. Però so una cosa: il modello zigote, a cui state lavorando attualmente, è un punto chiave. Fino a quando non l’avremo realizzato, non c’è nessuna speranza di attuare una forma qualsiasi di ingegneria genetica, in senso pratico. Ma quando avremo sottoposto a Ramo tutti i dati del codice genetico umano, la strada sarà sgombra. Nel giro di un anno, saremo in grado di fabbricare i superuomini.



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