Un giretto intorno alla ringhiera che circondava i tavoli le diede l’opportunità d’individuare la sua prima preda: un individuo dall’aria di un drogato, il cui terminale mostrava un deposito AVO ridotto ad appena 50 crediti. Gli si accostò scivolando fra la gente che si assiepava lungo la balaustra, e quando gli fu accanto mosse le mani con fare noncurante. I suoi capelli vaporosi ondeggiarono appena. Da lì a pochi secondi l’individuo preso di mira cominciò a passarsi le mani sul collo, come se boccheggiasse in cerca d’aria, e la sua fronte s’imperlò di sudore. Infine balzò in piedi, col volto congestionato, e fendendo la calca si precipitò all’uscita del casinò, avido di respirare l’aria più fresca della strada.

Rheba approfittò di quegli istanti di confusione per sedersi con tutta calma al posto rimasto libero. Il terminale era automaticamente scattato a zero. Osservò il grande soffitto-schermo, dove i particolari di quella titanica lotta mutavano a seconda degli impulsi inviati continuamente dai giocatori, poi batté il suo codice personale, e si vide fornire l’ammontare del suo AVO. Subito dalla cifra venne detratta la scommessa minima per il livello di base, 10 crediti che le diedero diritto a un minuscolo pianeta rosso e giallo posto su un’orbita pericolosa. Era nel gioco e avrebbe dovuto restarvi rischiando il meno possibile.

Dapprima spese solo i crediti bastanti a spostare il suo pianetino lontano da un uragano spaziale, e fu soddisfatta nel vedersi restituire la somma quand’ebbe superato il periodo minimo di sopravvivenza. Apparentemente le regole in vigore in quel momento facilitavano le cose ai piccoli giocatori. La sua attenzione era però concentrata sul tipo di energia con cui il gigantesco videogame agiva. Si trattava d’impulsi elettronici così rapidi che comprendere il meccanismo delle loro pulsazioni era quasi impossibile, anche per lei che era abituata a maneggiare energie forti e brucianti.



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