L’intero gioco ruotava intorno ai movimenti casuali dei buchi neri e degli uragani spaziali, che il computer centrale costruiva con impulsi di energia subatomica. Ciò rendeva difficilissimo, o addirittura impossibile, usare la telecinesi per barare. Il computer poteva certo essere influenzato con sistemi più macchinosi, ed anzi questa doveva essere la più comune forma d’imbroglio dei Professionisti più capaci, ma Rheba non disponeva del tempo né del denaro che sarebbero occorsi per un sotterfugio di quel genere. Parecchi giocatori a vari livelli sembravano agire in accordo fra loro, in barba alle norme di quel ciclo, e provocavano risonanze gravitazionali che si concludevano con l’assorbimento dei corpi celesti appartenenti a singoli partecipanti più deboli. Almeno una delle galassie presenti sullo schermo era un’illusione ottica, ed ella non fu capace di stabilire chi fra i partecipanti la stesse inviando mentalmente ed a quale scopo. Ma poco dopo vide arrivare due impiegati, che afferrarono un giocatore per le braccia e lo trascinarono via senza complimenti. Dai discorsi degli altri seppe che si trattava di uno PSI, e il suo allontanamento segnò la fine dell’illusione ottica.

Da lì a cinque minuti, uno dei gruppi che s’erano accordati per agire di concerto venne sconfitto e rovinato da un gruppo rivale, e i corpi celesti assorbiti da quelli vincenti cambiarono colore. La ragazza cominciò a percepire con più facilità le correnti energetiche da cui erano composti gli uragani e i buchi neri. Pian piano, e con discrezione, prese a manovrare gli impulsi che il computer centrale inviava allo schermo per costruirne gli spostamenti.

Non era facile barare con quel sistema. L’intensa concentrazione faceva prudere e dolere il complesso intreccio di linee disegnate sotto l’epidermide delle mani.



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