
In silenzio lesse sul terminale l’ordine di scendere al quarto livello, e si alzò per ubbidire. Era difficile ignorare il vuoto allo stomaco che le dava il sentirsi così impotente, e si lambiccò il cervello per stabilire una qualsiasi linea di condotta. Riuscì solo a vedere più chiara la sua condanna: niente colori significava agire al buio, e in un gioco di quel genere la cosa era priva d’ogni senso. Deglutì un groppo di saliva quando sul terminale lampeggiò il comando di trasferirsi al terzo livello. Le sue perdite erano molto più rapide di quanto non lo fossero state le vincite.
«Sei sempre in tempo a ritirarti», le comunicò Jal in tono trionfante. E rivolse agli altri un ampio ghigno di soddisfazione.
A metà della scaletta fra i due livelli, la ragazza si volse a fissarlo stringendo le palpebre. Si grattò distrattamente il dorso di una mano, riflettendo che aveva pur sempre la possibilità di manovrare l’energia del grande schermo. Ma con che criterio?
«Esci dal gioco!», la raggiunse dal basso l’invito di Satin. «Salva quel che ti resta del tuo AVO. Jal non è poi un cattivo padrone, e meglio questo che restare senza soldi a Nontondondo».
Rheba la udì a malapena. Stava riflettendo che gli unici a far muovere le loro galassie e i sistemi solari erano i grossi giocatori: in mancanza del colore, forse sarebbe stato il movimento a darle la soluzione.
«Non è più un gioco per te, credimi», la consigliò ancora Satin. Rheba rivolse un’occhiata intensa agli spettatori che la osservavano da oltre la ringhiera, godendosi la sua disfatta. Poi raggiunse il nuovo posto e batté sui tasti il suo codice d’identità.
