«Preferisco restare, cara», disse alla ragazza negra.

Lo schermo del terminale la informò che le restava un unico sistema solare. Lo programmò perché compisse rapidi circoli, e quando alzò gli occhi al soffitto-schermo riuscì a vederlo, in un angoletto. Questo le bastava. Una sensazione di calore le scivolò nelle mani, mentre dirigeva flussi d’energia contro il programma automatico del computer … e all’istante i buchi neri e gli uragani spaziali cominciarono a spazzare le luci bianche dei corpi astrali. Non si spostavano più casualmente, come cieche forze della natura, ma davano loro la caccia in un’opera di distruzione dalla quale usciva vincente solo il banco del casinò. I giocatori sembrarono come paralizzati a quello spettacolo, e lo stesso Jal rinunciò a programmare contromisure sulla sua consolle. A Rheba non veniva accreditata alcuna somma, e tuttavia nel tempo di un paio di minuti ogni corpo astrale messo in gara dai partecipanti fu cancellato dallo schermo. Tutti salvo uno, il suo sistema solare.

Molti giocatori avevano speso freneticamente quel che potevano pur di rientrare in gara, facendo apparire qua un pianeta, là una nuova galassia, col solo risultato che un uragano o un buco nero si lanciavano a distruggerli, finché era apparso chiaro che il loro era un inutile spreco di soldi. Ad un tratto quell’immobilità generale venne interpretata dal computer come un ritiro in massa, e una luce arancione invase tutti i terminali: il ciclo era finito. Ed era finito con una sola giocatrice ancora in gara. Sul terminale di Rheba apparve l’autorizzazione a salire al livello più alto, al trono. La reazione della gente era passata da un silenzio sbalordito a una marea di commenti, misti a grida e imprecazioni peraltro comprensibili.

La ragazza non aveva però alcuna intenzione di recitare la parte dello squalo più vorace in un nuovo ciclo di gioco. S’era alzata dalla poltroncina, e cercando Jal con lo sguardo vide con stupore che l’uomo le stava sorridendo acidamente.



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