
«Brucialo!», urlò. «Brucia questa fogna d’inferno!».
Come se la voce del Bre’n avesse aizzato le più remote e crude emozioni di Rheba, sovrastando perfino la volontà di lei, l’energia crepitò dalle sue mani in fasci violentissimi che investirono il soffitto e le arcate del casinò. L’aria si arroventò all’istante.
L’edificio a tre piani che ospitava il Buco Nero era garantito a prova d’incendio, sino all’ultimo tendaggio e bancone da gioco, ma non era stato costruito per resistere alla furia fiammeggiante che poteva essere scatenata da una Danzatrice del Fuoco. In pochi secondi il grande soffitto-schermo divenne un cielo di vampe ardenti, e i corti circuiti divorarono gli apparati elettronici. La folla si frammentò nuovamente in singoli individui, che urlando nella nuvola di fumo acre si precipitarono alle uscite di sicurezza.
Nessuno fece caso all’alta figura del Bre’n che corse in strada con centinaia di altri, reggendo la ragazza sulle braccia. Il sole stava tramontando e molti veicoli avevano le luci accese. Alcuni poliziotti correvano freneticamente nel traffico dove si stava già creando un vasto ingorgo, fischiando per tenere i passanti a distanza di sicurezza. Tremante, con la testa poggiata su una spalla del compagno, Rheba osservò il fumo che scaturiva da tutte le aperture dell’edificio, ormai evacuato. Se c’erano degù impianti anticendio, non ebbero modo di funzionare e bruciarono anch’essi e, una volta preso fuoco, il casinò continuò ad ardere inarrestabilmente da cima a fondo.
