Rheba si stava ancora soffregando il dorso delle mani, dove le linee del disegno sottocutaneo erano sfumate nell’opacità. I suoi capelli ondeggiavano lievemente, come se l’energia che aveva richiamato in sé seguitasse a percorrerli alitandovi una vita extracorporea. Per calmarsi mormorò fra sé l’Ottava Norma di Deva, lasciando che i residui di quell’energia defluissero, da lei insieme all’irritazione che le aveva fatto perdere il controllo. Era venuta in quella città straniera di sua volontà, rifletté, e dunque avrebbe dovuto sopportarne la gente e i costumi, per quanto insultanti o bizzarri potessero sembrarle. Ma lo sguardo dello sconosciuto l’aveva spaventata.

«Avremmo dovuto acquistare un Permesso di Omicidio», borbottò di malumore.

«Non abbiamo neppure abbastanza soldi per comprare un semicerchio d’argento, ovvero metà del cerchio intero che qui indica la possibilità di pagarsi un omicidio legalmente. Accontentati della tua licenza da Innocua».

«Un’Innocua, già. Comunque non dicevo sul serio». Con una smorfia Rheba osservò il frammento di cerchio d’argento che aveva cucito su una spallina, uno spezzone corrispondente a 30 gradi d’arco. «Avanti, scoviamo l’uomo che siamo venuti a cercare, e poi andiamocene da questo dannato pianeta puzzolente».

Si stavano dirigendo alla porta interna, quando un impiegato del casinò vestito interamente di nero li avvicinò. La sola decorazione della sua uniforme era un cerchio d’argento fissato su una spalla. Kirtn e Rheba valutarono il simbolo per quel che significava, e quando l’uomo aprì la bocca, la loro attenzione era sul chi vive.

«Ehi, voi! Niente Pelosi qui dentro», si sentirono ordinare.

Rheba sbatté le palpebre. «Pelosi?»

«Proprio così». L’impiegato piazzò un dito sul petto di Kirtn. «Questo tipo qui è un Peloso. Tu invece sei una Liscia. E al Buco Nero sono ammessi soli i Lisci. Se non vi va l’idea di separarvi, andate alla Nebulosa d’Oro, in fondo alla strada. Loro accettano coppie miste e ogni altro genere di pervertiti».



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