
I lunghi capelli di Rheba ondeggiarono, sebbene nell’anticamera del casinò non vi fosse un alito di vento, ma Kirtn s’affrettò a mormorarle alcune rapide frasi di Senyas, la lingua madre dei Senyasi e dei Bre’n:
«Calmati. Se lo ferisci o lo ammazzi, le nostre possibilità di parlare con questo Mercante Jal ce le giochiamo in un colpo solo».
«E chi vuole ucciderlo?», rispose Rheba nella stessa lingua. Elargì un sorrisetto all’impiegato dal cerchio d’argento, che li fissava senza capire una parola. «Stavo solo pensando di bruciacchiare un po’ la sua faccia di bronzo. Solo un pochino».
«Neanche a pensarci. Vuol dire che ti aspetterò in strada», replicò Kirtn, teso.
Rheba fece per obiettare, poi ci rinunciò. L’ultima volta che avevano cozzato contro i pregiudizi locali, era stata lei qualla che aveva dovuto aspettare fuori. E non ricordava più neppure se a far scattare la discriminazione fosse stato il sesso, il colore dei capelli, il numero delle dita o cos’altro.
Poggiò una mano su un braccio del compagno. «E va bene. Farò più presto che posso».
Per qualche istante restò immobile, accarezzando la pelle vellutata di Kirtn con un piacere che era sensuale e infantile al tempo stesso. Come altre Danzatrici del Fuoco, ella era stata educata e allevata dal suo Mentore Bre’n, ed il contatto con le sue braccia foltissime velate di peluria era una sensazione che faceva parte dei suoi più lontani e più cari ricordi di vita.
«Potrei capire un pregiudizio contro i … Lisci», mormorò. «Ma verso una peluria come la tua mi pare una cosa contronatura».
Kirtn le sfiorò la punta del naso con un dito. «Attenta a non prendere fuoco troppo facilmente, bambina, o ti caccerai nei guai. D’accordo?»
