I muscoli d’acciaio del Bre’n si contrassero, mentre spostava la ragazza dietro di sé. Nello stesso tempo Rheba allungò una mano sotto un’ascella del compagno in cerca del fodero della pistola, ma lo trovò vuoto e imprecò fra i denti. Un metro alla loro sinistra il raggio di un laser saettò azzurro contro un bidone della spazzatura, fondendone la plastica con uno sfrigolio.

«Dov’è la tua arma, Kirtn?», ansimò lei.

«Sull’astronave. Non ho chiesto la licenza per girare armato», rispose il compagno. Poi la prese in braccio e cominciò a correre.

Mentre il Bre’n fuggiva con la giovane donna sulle braccia, altri due raggi color lavanda vaporizzarono una pozzanghera e bruciacchiarono la vernice sull’angolo di un edificio. Kirtn svoltò a destra e a sinistra finché ritrovò il lunghissimo viale che portava in periferia, in fondo al quale erano visibili le strutture dell’astroporto e la grande cancellata perimetrale. Al di là di essa c’era una zona franca dove, almeno teoricamente, non avrebbero potuto essere arrestati con facilità. Ma era lontana.

Kirtn continuò a correre con tutta la velocità delle sue robustissime gambe, ma i due Sorveglianti che stavano tenendo loro dietro erano appesantiti solo dalle loro armi, e guadagnavano terreno. Rheba misurò a occhio la distanza che li separava dalla salvezza, e intuì che non ce l’avrebbero fatta.

«C’è una traversa buia, là fra quei due edifici», disse. «Lasciami giù e mi nasconderò. Tu puoi farcela fino allo scalo. Salta sulla prima astronave per Zeta Gata e aspettami là. Io ti raggiungerò».

Lui non rispose né rallentò la corsa. La traversa era ormai vicina, un canalone scuro chiuso fra due alti edifici.

«Kirtn, lasciami! Non puoi farcela, se continui a portarmi!»

La ragazza si divincolò per sfuggire alle sue braccia, ma il Bre’n si limitò a stringere la presa sul suo corpo sottile ringhiandole di star ferma. Lottare con lui era peggio che inutile, e Rheba rinunciò per non rischiare di fargli perdere l’equilibrio.



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