Una Senyasi, un Bre’n. E un’intera galassia colma di gente che per loro era straniera.

Con uno sforzo allontanò da sé i ricordi della tragedia, che minacciavano di sommergerle la mente. Lei e Kirtn erano pur sopravvissuti, si disse, e dunque doveva esser rimasto in vita anche qualcun altro. Pochi forse, e chissà dove. Ma era suo unico desiderio e scopo cercarli, e li avrebbe ritrovati, anche se questo le avrebbe preso i secoli che sarebbe durata la sua vita.

Si fece strada nei passaggi lasciati liberi dalla folla dei giocatori, talora accalcati a decine intorno a un tavolo, talaltra intenti a un gioco singolo che accentrava ipnoticamente le loro facoltà mentali. Lo spazio per muoversi era scarsissimo, ma dove una parola cortese o una spintarella non bastavano, ella usava una scossetta d’energia, provocando lievi sussulti in chi le stava ostruendo il cammino. In breve riuscì a raggiungere la grande piramide alta una dozzina di metri intorno alla quale si svolgeva il gioco chiamato Caos.

Subito comprese che il soffitto a schermo del salone costituiva lo sviluppo visibile di quel grande videogame, e che le immagini venivano create dai giocatori stessi tramite i rispettivi computer di gara. Sui gradini della piramide erano scaglionati posti a sedere, che parevano riservati ai giocatori più abili, mentre quello sulla cima era un vero e proprio piccolo trono, ma anche quelli ai tavoli che ne attorniavano la base erano forniti di un terminale di computer. Chi riusciva ad arricchire, acquistando potenza, era autorizzato a scalzare dal suo posto un giocatore a un livello superiore della piramide. E i giocatori che riuscivano a mettere in gioco più denaro avevano anche più potere su quanto avveniva sul grande schermo.



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