
Per tener fede al nome del gioco, le regole erano soggette a cambiare di continuo, e tali mutamenti potevano essere prestabiliti sia dalla maggioranza dei giocatori, sia dal singolo che era riuscito a portarsi sulla più alta posizione di controllo. L’unica norma fissa era questa: se qualcuno restava senza denaro sufficiente a proseguire il gioco, veniva immediatamente fatto sloggiare dai robusti impiegati del casinò. Su Onan, la penuria di soldi èra considerata un ottimo motivo per penalizzare o disprezzare qualcuno.
Barare ed escogitare imbrogli d’ogni genere non era affatto proibito. Al contrario vi si doveva far ricorso quasi obbligatoriamente, se non si voleva essere rovinati o rimandati a un posto più basso da altri concorrenti più astuti. E saper tutto sull’elettronica e sull’arte dell’imbroglio era la qualità di chi voleva vincere a Caos. Chi restava vittima di un baro non aveva che da biasimare se stesso. E chi voleva vendicarsi poteva farlo atrocemente, qualora avesse un permesso d’omicidio, … e sempreché la vittima non disponesse di amici o parenti altrettanto pronti a vendicarlo. Come le aveva detto l’uomo all’ingresso, Caos non era precisamente un gioco adatto a chi aveva appena una licenza di Innocua. E tuttavia la licenza d’innocua di Rheba consisteva soltanto nella sua mancanza di denaro.
Si mosse verso la stazione di uscita dei giocatori, cercando di accostarsi a un umanoide bianco di pelle e di capelli, sul cui polso le era parso di scorgere una cicatrice a zig zag. Non era il solo della sua razza, e mentre Rheba scivolava lungo la balaustra esterna del Caos notò che non era neppure il solo ad avere cicatrici. Si fermò indecisa.
«Giocate con me?», chiese una voce di soprano dietro di lei.
Volgendosi vide che a parlarle era stata una donna di pelle nera, bellissima e flessuosa, il cui costume era un vero e proprio oltraggio al pudore. Gestiva un gioco a un tavolo elettronico, e fra i seni le pendeva un anello d’argento che dava un tocco perverso alla sua sensualità.
