«Sono in’Innocua, Signora», sorrise Rheba, «ma non una stupida. No, Cerchio d’Argento, grazie».

La ragazza le restituì il sorriso e riprese ad accumulare pile di gemme scintillanti, in attesa che qualche altro avventore si lasciasse incantare gli occhi da quell’arcobaleno di gioielli.

Rheba percorse con lo sguardo i tavoli da gioco intorno alla base della grande piramide, dove sedevano un centinaio di individui dei due sessi e di svariate razze umanoidi, e in quel momento li sentì mandare esclamazioni eccitate. Alzando lo sguardo vide il motivo della loro agitazione: un giocatore dalla pelle azzurrina, con capelli d’un blu intenso, si era impossessato proprio allora del piccolo trono posto sul gradino più alto. Quando fu seduto e poggiò le mani sulla consolle dei comandi, la ragazza poté vedere la cicatrice che gli scorreva dal polso fin sulle nocche delle dita. Ma più che la cicatrice fu la collana che gli cingeva il collo a farle capire che l’uomo era quello, perché il pendente era una mascherina d’avorio splendidamente intagliato d’inconfondibile fatture Bre’n.

«Mercante Jal!», lo chiamò Rheba agitando le braccia.

L’uomo abbassò lo sguardo. L’espressione seccata e altera poteva significare che il richiamo l’aveva irritato, oppure era semplicemente il sintomo d’un temperamento sdegnoso.

«Io detesto le bionde, e specialmente quelle con una stupida licenza di Innocua», disse, facendole un cenno di congedo. S’appoggiò allo schienale, aggiustandosi la blusa in modo che il cerchio d’argento su di essa risaltasse in evidenza. Il suo gesto riuscì ad essere nello stesso tempo vanitoso e larvatamente minaccioso.

«Eppure ci sono due cose che abbiamo in comune», disse Rheba a voce alta per farsi udire.



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