Poi la sua voce si ammorbidì, la sua faccia divenne infantile e serena, anche se le sue parole divennero fredde. — Una donna è un campo, Asineth, o così pensa un uomo, un campo che egli arerà e seminerà e dal quale intende mietere molto di più del suo piccolo seme. Ma la terra si muove più in fretta di quanto possa muoversi un uomo, e l’unica ragione per cui egli non lo sa è che io lo porto come me mentre giro. Lui ara solo i solchi che trova; lui non fa nulla. È l’agricoltore che viene arato, non il campo, e lui non mi dimenticherà. — Asineth ascoltò ogni parola di Berry e osservava i movimenti di Berry e si allenava a muoversi e a parlare come lei. Pregava le Dolci Sorelle di essere com’è lei quando fosse cresciuta; sapeva che non era mai esistita donna più perfetta al mondo.

Amava Berry anche il giorno in cui parlò di lei al Re. Nasilee lasciava che sedesse al suo fianco nella Sala delle Domande, e anche se era giovane qualche volta la consultava pubblicamente. Lei dava la sua risposta a voce alta, e Nasilee lodava la sua saggezza, o le faceva notare gli sbagli, in maniera che tutti potessero sentire e trarne beneficio, e che lei potesse imparare l’arte del governo. Quel giorno il Re chiese alla figlia: — Chi è più saggio di me. Asineth?

Nell’innocenza della fanciullezza, lei non aveva ancora imparato che ci sono domande di cui bisogna far finta di non sapere le risposte. — Berry — rispose subito.

— Ah — disse suo padre. — E come mai è così saggia?

— Perché ha il potere, e se tu hai il potere non hai bisogno di essere saggio.

— Io ho più potere di lei — disse il Re. — Non sono più saggio, allora?



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