Berry abitava in ogni stanza del palazzo, anche se era morta, e un giorno, quando Asineth aveva nove anni, trovò suo padre accasciato su una sedia, nella libreria, con un libro aperto davanti a sé, le guance segnate da lacrime mezze asciutte. Senza bisogno di chiedere, Asineth sapeva a chi stava pensando. Confortò Asineth sapere che anche se Berry non aveva avuto tanto potere quanto credeva di avere, ne aveva a sufficienza per non farsi dimenticare, e per costringere il suo amante a vivere per sempre nel rimorso. E tuttavia la morte di Berry era ancora una lezione imparata a metà, e il suo significato non le era ancora stato svelato, e così Asineth rivolse una domanda a suo padre.

— Non l’amavi?

Con sua sorpresa, lui rispose: — Se non l’amavo, non ho mai amato nulla.

— Perché l’hai uccisa, allora?

— Perché sono il Re — disse Nasilee. — Se non l’avessi uccisa avrei perso la paura del mio popolo, e se il popolo non ha paura di me io non sono Re.

Asineth seppe allora che dei due poteri che Berry le aveva detto, il più forte era quello di dare i nomi. Era a causa del fatto che Nasilee si chiamava Re, che aveva dovuto uccidere ciò che amava di più. — Tu non amavi Berry più di tutto — disse Asineth.

Nasilee aprì gli occhi, lasciando che brillassero sottili sulla sua giovane figlia. — Davvero?

— Più di lei amavi il nome di Re.

Gli occhi di suo padre tornarono a chiudersi. — Vai via, bambina.

— Non voglio andare, padre — disse. Amavo Berry più di quanto amassi te, non disse.

— Non voglio vederti quando penso a lei — disse suo padre.

— Perché no? — chiese Asineth.

— Perché mi hai obbligato a ucciderla.

— Io?

— Se non mi avessi riferito le sue parole di tradimento, non avrei dovuto ucciderla.

— Se tu avessi semplicemente riso alle parole di una bambina, lei sarebbe vissuta.

— Un Re deve essere Re!



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