
L’ingresso era veramente il confine di una città. Là terminava la metropoli fatta di un solo edificio, e là iniziava una lunga teoria di chilometri di campagna semiselvaggia, oscura come il passato più remoto, priva di strade e di sentieri, interrotta da alcune abitazioni di privati, ma coperta liberamente di foreste.
Una coppia di innamorati, che si trovava sulla grande terrazza, e che prima d’infilarsi gli abiti di volo aveva trovato il tempo per un ultimo bacio, si fermò a fissare Thorn che scendeva frettolosamente la scala e si addentrava nella campagna, seguendo un sentiero illuminato fievolmente. La luce fioca che si sprigionava dal sentiero gettava strane ombre sul suo volto, e gli dava l’aspetto di un antico pellegrino, o di un crociato, preso dal fervore religioso.
E poi la foresta lo inghiottì.
Uno strano miscuglio di ipnosi e volontà, di sogno e di veglia, di vagabondare e di ricerca afferrò Thorn mentre percorreva quel sentiero spettrale circondato dall’oscurità. Strani ricordi dell’infanzia, di antiche speranze e desideri, di giorni di scuola trascorsi con Clawly, del suo lavoro e delle conclusioni sbalorditive a cui esso aveva portato, gli attraversarono la mente, vividi ma privi di significato. Tra di essi, ma incomprensibile come lo scenario di un sogno, si trovava la scena che aveva lasciato alle sue spalle, nella Sala del Cielo. Si rendeva conto di avere abbandonato un amico, e un mondo, e di avere tradito una grande missione… ma era una nozione confusa, e lui aveva dimenticato quale fosse quella grande missione.
Ormai nulla sembrava rivestire importanza, all’infuori dell’impulso che lo spingeva avanti, della sensazione di avere una destinazione sconosciuta ma definita.
Sentiva che se avesse fissato quel punto ondeggiante e indefinibile che si trovava a pochi metri di distanza, davanti a lui, ma che indietreggiava continuamente, se lo avesse fissato abbastanza a lungo, qualcosa sarebbe spuntato. Lo sapeva.
