Clawly era piccolo di statura, vivace e rapido nei movimenti, e i suoi lineamenti erano vigili e intelligenti. Sarebbe potuto essere un Borgia o un Medici nel cuore oscuro, luminoso e tormentato dell’Alba della Civiltà, quando, secondo i concetti correnti, l’umanità era stata sull’orlo della follia totale. Aveva l’aspetto di un demonio piccolo, dai capelli rossi e dall’aria beffarda ma non crudele.

Thorn, d’altra parte, aveva l’aspetto di un santo inquieto e disordinato, attirato dal male. Il suo torace ampio e possente dava ancor più consistenza all’illusione. Anche lui sarebbe potuto appartenere a quell’oscura alba contorta della storia, nella persona di un Savonarola o di un Leonardo.

In quell’epoca i due sarebbero stati i nemici più acerrimi e crudeli, ma ora essi erano gli amici più leali e fraterni.

Si avvertiva anche che i due erano legati da qualcosa di più dell’amicizia. Uno scopo segreto che dividevano fra loro, che richiedeva il meglio delle loro qualità, e poneva sulle loro spalle una responsabilità schiacciante.

Sembravano stanchi. I lineamenti di Clawly erano troppo mobili e nervosi, gli occhi di Thorn erano cerchiati di nero; troppo, anche considerando l’effetto delle ombre destate dalla diffusa luce che sorgeva dal terreno, e che si attenuava mentre il cielo artificiale svaniva e lasciava apparire le stelle.

Raggiunsero il margine erboso dell’anfiteatro, avanzarono tra una marea di abiti disposti con somma cura e contrassegnati da un monogramma, e trovarono quelli che cercavano. Alcuni spettatori stavano già volando nell’oscurità, come grossi pipistrelli, riempiendo il silenzio della notte del costante ronzio dell’energia subtronica, l’energia di coesione dell’interno dell’atomo, la forza primitiva che si trovava alla base di ogni fenomeno elettrico, magnetico e gravitazionale, quella forza titanica, potenzialmente terrificante, capace in teoria di distruggere completamente l’intero pianeta, e che l’uomo aveva reso sua schiava.



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