Abner Marsh rise. «Beh, può darsi. Ma questo fiume non è mio, Mister York, e se pensate di viaggiare nel lusso sul vecchio Eli Reynolds, avrete una cocente delusione quando vi salirete a bordo. Quel battello è una vecchia bagnarola sgangherata e non offre che poverissime sistemazioni, e il più delle volte è zeppa come un uovo di forestieri che al prezzo di un passaggio ponte viaggiano da un posto improbabile all’altro. Sono due anni che non ci metto piede — adesso è il vecchio Capitano Yoerger a comandarlo al posto mio — ma l’ultima volta che ci ho viaggiato era ridotto proprio male. Voi che bramate il lusso, dovreste acquistare la comproprietà di gioielli come l’Eclipse o il John Simonds.»

Joshua York bevve un sorso di vino e sorrise. «Non avevo in mente l’Eli Reynolds, Capitano Marsh.»

«Ma quello è l’unico battello che possiedo.» York mise giù il bicchiere col vino. «Venite,» disse, «Spostiamoci di qua. Andiamo nella mia stanza, approfondiremo il discorso.»

Marsh protestò debolmente. Il Planters’ House offriva un eccellente dessert, e non gradiva l’idea di rinunciarvi. Tuttavia, dovette cedere alle insistenze di York.

La stanza di York era una suite spaziosa e ben arredata, la migliore sistemazione di cui disponeva l’albergo, solitamente riservata ai ricchi proprietari di piantagioni venuti su da New Orleans. «Sedetevi,» disse York imperiosamente, e con un cenno indicò un’ampia e comoda poltrona del soggiorno. Marsh si sedette mentre il suo ospite entrava in uno stanzino interno da cui fece ritorno dopo pochi istanti recando uno scrigno con rinforzi in ferro. Lo depose su di un tavolo e cominciò ad armeggiare con la serratura. «Venite qui,» disse, ma Marsh si era già alzato e gli stava alle spalle. York sollevò il coperchio.



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