La sua mano massiccia e carnosa si chiuse intorno a quella bianca e snella di York, e strinse. «Affare fatto, dunque,» disse ad alta voce ed impresse alla sua stretta tutta la potenza che occorreva a sorreggere, stringere e frangere, come sempre faceva quando concludeva un affare, al fine di saggiare la volontà ed il coraggio dell’uomo con cui stava trattando. E serrava con vigore, mollando la presa solo quando leggeva il dolore negli occhi del suo uomo.

Ma gli occhi di York rimasero limpidi, e la sua mano attanagliò quella di Marsh con una forza sorprendente. Con un vigore via via crescente, serrò quella mano, ed i muscoli sotto la pallida carne si arrotolarono e si tesero come molle di ferro, e Marsh inghiottì sonoramente e si sforzò di non gridare.

York abbandonò la presa. «Venite,» disse, dando a Marsh energiche pacche sulle spalle che lo fecero barcollare lievemente. «Abbiamo dei piani da fare.»

CAPITOLO SECONDO

NEW ORLEANS Maggio 1857

Billy Tipton, detto la Serpe, giunse alla Borsa Francese che erano appena passate le dieci, ed assistette alla vendita all’incanto di quattro botti di vino, sette casse di merci solide e di un carico di mobili, prima che portassero gli schiavi. Restò a guardare in silenzio, i gomiti puntati sulla lunga balaustra di marmo che si estendeva per metà della rotonda, sorseggiando il suo assenzio méntre osservava gli encanteur vendere i loro lotti urlandone i pregi in due lingue. Billy la Serpe era un uomo scuro di carnagione, scarno come un cadavere, la lunga faccia equina sfregiata dal vaiolo contratto da ragazzo, i capelli castani, sottili e sfilacciosi. Sorrideva assai di rado, ed aveva gli occhi di uno spaventoso color ghiaccio.

Quegli occhi, quegli occhi freddi e pericolosi, erano la protezione di Billy la Serpe, la sua maggiore difesa.

La Borsa Francese era un luogo ove abbondavano sfarzo e grandezza, un luogo fin troppo sontuoso per i suoi gusti, e difatti egli non gradiva recarsi lì.



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