
— C’è del pollo — disse Donnola. — In cambio di una storia.
— Lui come si chiama? — domandò Bravd che nella conversazione tendeva a restare indietro.
— Duefiori.
— Duefiori? Che nome buffo.
Scuotivento smontò da cavallo. — Non conosci nemmeno la metà della storia. Del pollo, hai detto?
— Stantio — asserì Donnola. Il mago emise un gemito.
— Questo mi ricorda — disse l’altro schioccando le dita — che c’è stata una grossa esplosione circa, oh, mezz’ora fa.
— È saltato in aria il deposito di petrolio — spiegò Scuotivento con un fremito al ricordo della pioggia di fuoco.
Donnola si girò con un sogghigno di aspettativa verso il suo compagno. Questi estrasse una moneta dal borsellino e gliela tese con un grugnito. In quel momento dalla strada venne un grido strozzato: Scuotivento non alzò gli occhi dal suo pollo.
— Una cosa che non è capace di fare: cavalcare — spiegò. Poi s’irrigidì come colpito da un pensiero improvviso, se ne uscì in un’esclamazione di terrore e si slanciò nell’oscurità. Quando tornò, l’essere chiamato Duefiori gli ciondolava sulla spalla. Era piccolo e spaurito, abbigliato in modo strano con un paio di brache fino al ginocchio e una camicia dai colori talmente stridenti da offendere perfino nella penombra l’occhio sensibile di Donnola.
— Pare che non abbia ossa rotte — annunciò Scuotivento, col respiro affannoso.
Bravd strizzò l’occhio a Donnola e andò a ispezionare quello che supponevano fosse una bestia da soma.
— Fareste meglio a scordarvelo — disse il mago senza smettere di esaminare Duefiori tuttora svenuto. — Credetemi. È protetto da un potere.
— Un incantesimo? — disse Donnola accovacciandosi.
— Nooo. Ma una magia, credo.
