Non del solito tipo. Voglio dire, una magia capace di trasformare in rame l’oro che però resta sempre oro; che arricchisce gli uomini distruggendo i loro beni: permette ai deboli di camminare senza paura in mezzo ai ladri: attraversa le porte più robuste per farne trapelare i tesori più protetti. Anche ora mi tiene prigioniero… così che devo seguire questo pazzo per amore o per forza e lo devo proteggere da ogni male. È una magia più forte di te, Bravd. E, credo, più astuta perfino di te. Donnola.

— Come si chiama dunque tale potente magia?

Scuotivento alzò le spalle. — Nella nostra lingua è chiamata suono-riflesso-di-spiriti-sotterranei. C’è del vino?

— Devi sapere che in fatto di magia io non ne sono sprovvisto — dichiarò Donnola. — Soltanto l’anno scorso, assistito dal mio amico qui, ho privato il famoso e potente Arcimago di Ymituri della sua bacchetta, della sua cintura di pietre lunari e della sua vita, pressappoco in quest’ordine. Non temo questo suono-riflesso-di-spiriti-sotterranei, di cui parli. Tuttavia — continuò — tu hai risvegliato il mio interesse. Forse non ti spiacerebbe dirmene di più.

Bravd guardò la sagoma per strada. Era più vicina ora e più chiara nella luce che precede l’alba. Sembrava esattamente una…

— Una cassa con le gambe? — chiese.

— Te ne parlerò — promise Scuotivento. — Ossia, se c’è del vino.

Giù nella vallata ci fu un rombo seguito da un sibilo. Qualcuno più previdente degli altri aveva ordinato di serrare le grandi chiuse del fiume nel punto in cui l’Ankh si lasciava dietro la città gemella. Impedito il suo sbocco naturale, il fiume aveva superato gli argini e si rovesciava per le strade devastate dall’incendio. Ben presto il continente di fiamme si tramutò in una serie di isole, che si fecero sempre più piccole via via che l’ondata cupa si gonfiava. Dalla città fumosa s’innalzò una nuvola ribollente di vapore a coprire le stelle. Donnola la paragonò in cuor suo a un fungo scuro.



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