
Lansing si mise la mano in tasca, tastò le monete. Trovò un quarto di dollaro, lo tirò fuori e l’inserì nella fenditura. La macchina l’inghiotti con evidente avidità, e nello stesso istante s’illuminò, mettendo in mostra i rulli con i disegni. Ciangottò sommessamente, amichevolmente, come se loro due stessero per combinare uno scherzo incomprensibile per chiunque altro.
Strinse la leva e l’abbasso con più forza del necessario. I rulli ruotarono all’impazzata, le luci ammiccanti lampeggiarono. Finalmente i cilindri si arrestarono e non accadde nulla. Come avveniva con tutte le altre slot machines, pensò Lansing. Non era diversa dalle altre. Inghiottiva il tuo denaro e stava lì a ridere di te.
Poi la macchina parlò.
— Desidera, signore? — chiese.
— Ecco, non saprei — rispose Lansing, sconcertato. — Per la verità, non credo di aver bisogno di niente. Sono venuto soltanto per accertarmi della tua esistenza.
— È un vero peccato — disse la slot machine. — Io ho molto da dare. È sicuro di non aver bisogno di nulla?
— Forse… se mi lasciassi un po’ di tempo per pensarci.
— Non è possibile — rispose la macchina. — Quelli che si rivolgono a me devono avere qualcosa in mente. Non è ammissibile che vogliano solo perdere tempo.
— Scusami — disse Lansing.
— In ogni caso, dato che sono costruita in modo da dover dare qualcosa in cambio della sua moneta — disse la slot machine, — devo darle qualcosa per forza. Le racconterò una storiella.
E così raccontò a Lansing una storiella molto sconcia su sette uomini e una donna naufragati su un’isola deserta. Era una storia grossolana, bestiale ed estremamente oscena, del tutto priva di significati sociali.
