
Tuttavia, non era andata così. Non soltanto la macchina gli aveva parlato, ma anche lui le aveva parlato, aveva sostenuto una conversazione. Nessuno studente era in grado di preparare un nastro che potesse sostenere un dialogo logico; lui aveva impartito istruzioni piuttosto complesse.
Dunque non era stato uno scherzo della sua immaginazione, e non era stata una burla goliardica. La macchina gli aveva addirittura restituito il calcio; la caviglia gli faceva ancora un po’ male, anche se non zoppicava più. E se non era stata una burla, per quanto congegnata ingegnosamente, allora, in nome di Dio, che cos’era?
Si portò il bicchiere alle labbra e tracannò il whiskey: una cosa che non aveva mai fatto. Lo centellinava sempre, non lo tracannava. Anche perché non reggeva molto bene l’alcol.
Si alzò dalla poltrona e incominciò a camminare avanti e indietro. Ma non servì a nulla; non lo aiutò a pensare. Posò il bicchiere vuoto sulla credenza, tornò alla poltrona e sedette di nuovo.
E va bene, si disse, smettiamola di giocare, abbandoniamo l’idea di cercare di proteggerci, di non poterci concedere il lusso di renderci ridicoli. Affrontiamo la faccenda dall’inizio e vediamo di andare fino in fondo. Era cominciato tutto con lo studente, Jackson. Non sarebbe successo niente, se non fosse stato per Jackson, un ottimo saggio, scritto molto bene, soprattutto per uno studente come lui… se non ci fossero state quelle citazioni di fonti fasulle.
