
Lansing stette al gioco. — Questo pomeriggio — osservò, — mi sembri ancora più pessimista del solito.
— Non sono il primo — disse Andy, — ad abbandonarsi a questo tipo di pessimismo, anche se il mio è ispirato da un punto di vista leggermente diverso. Anni fa ci fu una scuola di pensiero che propose un’argomentazione molto simile. A quel tempo, i cosmologi erano convinti che noi esistessimo in un universo finito. Attualmente, la concezione cosmologica non è altrettanto rigida. Ora siamo indecisi: non sappiamo in che tipo d’universo ci troviamo. Può essere finito, può essere infinito; nessuno lo sa con certezza. Tutto dipende dalla quantità di materia che contiene, e le stime relative alla materia cambiano di anno in anno, se non addirittura di mese in mese. Ma questo non c’entra. A quel tempo, anni fa, quando predominava ancora la concezione di un universo finito, la teoria sosteneva che la conoscenza scientifica, basata su un universo finito, doveva essere finita anch’essa. L’universo aveva un confine, e quindi c’era un confine anche per la conoscenza. C’era tanto da imparare e non di più; e quando l’avessimo imparato, tutto sarebbe finito lì. Se la conoscenza avanzava e si accumulava, raddoppiando ogni quindici anni, secondo le stime di quel tempo, allora, si diceva, non ci sarebbe voluto molto, al massimo qualche secolo, per arrivare al punto in cui i fattori limitanti di un universo finito avrebbero dato l’altolà ad ogni ulteriore accumulazione della conoscenza. Gli uomini che sostenevano questa concezione, allora, si spinsero fino a tracciare le curve esponenziali con le quali affermavano di poter mostrare in che punto la conoscenza scientifica e tecnologica sarebbe arrivata alla fine.
