
«Un’ultima mela» promise Alleras «e ti dirò qual è il mio sospetto riguardo a questi draghi.»
«Tu che cosa credi di sapere che io non so?» borbottò Mollander. Notò una mela ancora appesa al ramo, spiccò un salto, la strappò e la lanciò.
Alleras tese la corda dell’arco fino all’orecchio, si voltò con grazia seguendo il bersaglio in volo. Scoccò la freccia nell’attimo esatto in cui la mela cominciava a cadere.
«Manchi sempre l’ultimo tiro» disse Roone.
La mela, intatta, colpì il fiume sollevando uno spruzzo.
«Visto?»
«Il giorno in cui li centrerai tutti, smetterai di migliorare.» Alleras tolse la corda dall’arco lungo e lo ripose nella custodia di pelle. L’arco era fatto di cuordoro, un legno raro e rinomato delle isole dell’Estate. Una volta Pate aveva cercato di tenderlo, senza riuscirci. "La Sfinge sembra esile, ma c’è molta forza in quelle braccia sottili" rifletté mentre Alleras si metteva a cavalcioni della panca e allungava una mano verso la coppa di vino. «Il drago ha tre teste» annunciò nel melodioso accento dormano.
«Un enigma?» chiese Roone. «Nelle leggende, le Sfingi parlano sempre per enigmi.»
«Nessun enigma.» Alleras sorseggiò il vino.
Gli altri scolavano boccali del fortissimo sidro per cui il Piumino Boccale era rinomato, ma lui continuava a preferire gli esotici vini dolci di Dorne, terra dei suoi avi. Perfino a Vecchia Città quei vini non erano a buon mercato.
Era stato Leo il Pigro a dare ad Alleras quel soprannome: la Sfinge. Una sfinge è un po’ di questo e un po’ di quello: il volto di un uomo, il corpo di un leone, le ali di un falco. Alleras era proprio così: suo padre era un dorniano, sua madre una nativa delle isole dell’Estate dalla pelle scura. La pelle di Alleras era scura come il tek. E, come le sfingi di marmo verde ai lati del portale principale della Cittadella, Alleras aveva occhi color onice.
«Nessun drago ha mai avuto tre teste, tranne quelli sugli scudi e sui vessilli» dichiarò con fermezza Armen l’Accolito. «È un simbolo araldico, niente di più. Inoltre, i Targaryen sono tutti morti.»
