Un paio degli uomini in tuta nera che lo guardavano mentre si avvicinava ai carrelli commentarono la sua comparsa a bassa voce in greco barrayarano, un dialetto minore di origine terrestre alquanto mutato nei secoli dell'Era dell'Isolamento. Stanco del viaggio, e seccato dalle espressioni fin troppo eloquenti che vedeva sulle loro facce, Miles decise che avrebbe ignorato quel che dicevano semplicemente facendo finta di non capire. Del resto, come Plause gli aveva fatto notare, il suo accento greco era esecrabile.

— Ehi, guarda un po' questo tipo. Un bambino in divisa.

— Diavolo, che ci stavano mandando un ufficialetto di basso grado l'avevo sentito dire. Ma non credevo così basso.

— Non è un bambino. Sembra un nano di qualche genere. L'ostetrica deve averlo lasciato cadere nella lavatrice. All'inferno… ehi, è un dannato mutante!

Con uno sforzo Miles evitò di voltarsi verso di loro. Sempre più fiduciosi di non essere capiti, i due non si preoccuparono di abbassare la voce.

— Se è così, perché gli hanno messo addosso l'uniforme, eh?

— Bah! Magari è la nostra nuova mascotte.

Le vecchie paure genetiche erano così subdolamente inserite nella cultura, così stratificate a ogni livello sociale, che venivano fuori nelle battute e nelle osservazioni spicciole senza che la gente si rendesse neppure conto di ferire e di offendere. E spesso riemergevano con risultati dolorosi. Miles sapeva bene d'esser sempre stato protetto dal rango di suo padre, ma a persone d'aspetto insolito e meno socialmente fortunate potevano accadere cose molto spiacevoli. Solo due anni prima nella Città Vecchia, un quartiere di Vorbarr Sultana, era accaduto un episodio drammatico: un accattone zoppo era stato accusato d'essere un mutante da un gruppo di ubriachi, e castrato con una bottiglia rotta.



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