
Ender alzò il piede destro e si tolse la scarpa. Gliene mostrò la punta. — Vedi cosa c’è qui sulla suola? Questo è sangue, Peter.
— Oooh! Oooh, sto per morire, sto per morire! Ender ha massacrato a calci un pomodoro, e ora sta per uccidere anche me.
Non c’era niente da fare con lui. Peter aveva il cuore di un omicida, e soltanto Valentine e Ender sapevano fino a che punto questo fosse vero.
La loro madre tornò a casa e compatì dolcemente Ender per la perdita del monitor. Rientrò anche il padre, e il suo commento fu che quella era una piacevole sorpresa, erano fortunati ad avere tre figli così eccezionali, e ancor più per il fattto che il governo adesso non si sarebbe preso nessuno di loro, cosicché avrebbero potuto tenerli con loro, compreso il Terzo… finché Ender non lo interruppe gridando: — Io lo so che sono un Terzo, io lo so! E se volete me ne vado via, così non vi vergognerete più davanti a tutti. E mi dispiace che mi abbiano levato il monitor, e che non avrete più niente da dire quando vi chiederanno perché avete tre figli, e che vi metterò in imbarazzo. Mi dispiace, mi dispiace, mi dispiace…
Quella sera giacque a letto fissando il buio a occhi aperti. Nella cuccetta sopra la sua Peter tossiva e si rigirava incessantemente. Dopo un po’ il fratello scese e attraversò la camera. Ender sentì lo scroscio dell’acqua nel bagno, poi la silouette di Peter si stagliò sulla porta e i suoi passi si avvicinarono in silenzio.
Crede che io dorma. Sta per uccidermi.
Peter giunse accanto al letto, ma invece di arrampicarsi sulla cuccetta superiore si fermò. Ender lo sentì a un palmo dalla sua testa.
Non prese un cuscino per cercare di soffocarlo. In mano non aveva nulla che potesse sembrare un’arma.
Si chinò e sussurrò: — Ender, mi dispiace, scusami. So cos’hai provato, perdonami, io sono tuo fratello e ti voglio bene.
