— Certo, è giusto che tu pensi a lui — annuì Peter. — Ma potrebbe essere per me, lo sai. Loro potrebbero aver capito che a conti fatti io resto il migliore. — Il suo tono era aspro, come sempre quando si sentiva ferito.

La porta fu aperta. — Ender — disse suo padre, — meglio che tu venga un momento qui.

— Condoglianze, Peter — sorrise Valentine.

L’uomo si accigliò. — Ragazzi, non è cosa su cui scherzare.

Ender lo seguì in soggiorno. L’ufficiale della F.I. si alzò nel vederli entrare, ma non accennò a porgere la mano al bambino.

Sua madre si stava tormentando nervosamente l’anello nuziale. — Andrew — mormorò, — non avrei mai creduto che tu facessi il prepotente in una zuffa.

— Il figlio degli Stilson è all’ospedale — disse suo padre. — L’hai fatta grossa, Ender. Non è esattamente cavalieresco prendere qualcuno a calci in faccia.

Ender scosse il capo. S’era aspettato che per la faccenda di Stilson venisse qualcuno della scuola, non certo un ufficiale della F.I. La cosa era ancora più seria di quanto avesse creduto. E tuttavia non capiva che altro di grave potesse aver fatto.

— Hai una spiegazione per il tuo comportamento, giovanotto? — domandò l’ufficiale.

Ender scosse ancora il capo. Non sapeva cosa dire, e temeva che spiegarsi lo avrebbe fatto apparire ancor più spregevole di quel che i fatti nudi e crudi rivelavano. Accetterò la punizione, qualunque sia, si disse. Anche questa passerà.

— Siamo propensi a considerare le circostanze attenuanti — disse l’ufficiale. — Ma è mio dovere sottolineare la gravità del caso. Colpirlo al ventre, e ripetutamente in faccia e al corpo mentre era a terra… c’è da pensare che tu ci provassi gusto.

— Io no, signore — sussurrò Ender.

— Allora perché l’hai fatto?



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