
— Non ho dubbi che ci riuscirà. Anzi, ci conto. Ho esaminato il nastro di ciò che ha fatto al ragazzo Stilson. Quello che lei porterà qui non è precisamente un bambinetto sdolcinato.
— È qui che lei sbaglia. È più dolce di quel che sembra. Ma non si preoccupi, a questo sapremo metter rimedio alla svelta.
— Qualche volta penso che lei si diverta a spezzare la schiena a questi piccoli genii.
— Si tratta di un’arte, nella quale sono ormai molto esperto. Ma in quanto a divertirmi? Be’, forse. In seguito, quando rimettono insieme i loro pezzi e si accorgono che tanto basta a farli star meglio.
— Lei è un mostro.
— Grazie. Significa che posso sperare in un aumento di paga?
— Al massimo una medaglia. I nostri fondi non sono illimitati.
Li avevano avvertiti che l’assenza di peso poteva sfasare le percezioni fisiche, in specie nei bambini, il cui senso dell’orientamento non dispone ancora di parametri stabili. Ma Ender cominciò a sentirsi disorientato già prima di vedere la navetta che li avrebbe portati lontano dalla gravità della Terra.
Con lui c’erano altri diciannove ragazzini. Furono fatti scendere dal bus ed entrarono nell’ascensore, chiacchierando e ridendo, avidi di mostrarsi chi impavido e chi già esperto in materia. Ender mantenne un indifferente silenzio. Aveva notato che Graff e gli altri ufficiali li stavano osservando. Analizzando. Tutto ciò che facciamo significa qualcosa, si rese conto Ender. Loro ridono. Io non rido.
Si trastullò con l’idea di comportarsi come gli altri ragazzini, ma non riuscì a trovare nessuna battuta da dire. Nessuna che fosse divertente, almeno. Da qualunque cosa avessero origine le loro risate, Ender non avrebbe mai potuto associarsi a quella reazione. Aveva paura, e la paura lo rendeva serio e rigido.
Gli avevano fatto indossare un’uniforme, una tuta d’un solo pezzo, e l’assenza della cintura intorno alla vita lo metteva un po’ a disagio.
