Attraversò il ponte metallico e il portello della navetta, e notò che la paratia alla sua destra aveva la moquette come un pavimento. Lì si cominciava a esser disorientati sul serio. Nello stesso momento in cui s’accorse che quella parete era un pavimento ebbe la strana sensazione di camminare di traverso su un muro. Appoggiò le mani alla scaletta e vide che la superficie verticale dietro di essa era coperta di moquette. Mi sto arrampicando su per il pavimento. Mano dopo mano, passo dopo passo.

Per gioco immaginò poi di arrampicarsi giù per la paratia. Subito le sue percezioni mentali si capovolsero, a dispetto di quel che diceva la forza di gravità. Appena seduto si aggrappò tenacemente ai braccioli per non scivolare in alto, mentre invece il suo peso lo teneva incollato allo schienale.

Gli altri ragazzini s’erano accalcati alla rinfusa sulle poltroncine e facevano baccano chiamandosi l’un l’altro. Ender esaminò con attenzione le cinghie di sicurezza e cercò di capire come si agganciavano alla cintura, alle cosce e intorno alle spalle. Per un attimo ebbe l’impressione d’essere salito su una giostra che li avrebbe fatti girare intorno alla Terra, con la forza centrifuga a inchiodarli saldamente sui sedili. Ma non ci sarà peso lassù, pensò. Cadremo via da questo pianeta.

Ancora non si rendeva pienamente conto di quella realtà. Soltanto più tardi, riesaminando quei momenti, si sarebbe accorto di aver pensato fin da allora alla Terra come a un pianeta, uno qualsiasi, non particolarmente il suo pianeta.

— Oh, hai già visto come si mettono le cinture — disse Graff. S’era fermato accanto a lui, sulla scaletta.



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