«Non ha mai conosciuto guerre»: nella sua mente quelle parole si stagliavano chiare e distinte, circondate da un alone di incredulità infinita, oscura e soffice in cui poi affondavano. Ma che mondo può essere, quello senza guerre? Sarebbe un mondo vero. La pace era la vita vera, una vita di lavoro e sapere ed educazione dei figli al lavoro e al sapere. La guerra, che divorava lavoro, sapere e figli, era la negazione della realtà. Ma la mia gente, pensò, sa soltanto negare. Nati nelle tenebre fitte di un potere mal utilizzato, releghiamo la pace fuori dal nostro mondo, come un faro irraggiungibile. Sappiamo soltanto combattere. Quel po' di pace che qualcuno di noi riesce a trovare in vita sua è soltanto la negazione della guerra in corso, un fantasma di un fantasma, un'incredulità al quadrato.

Così, mentre le ombre delle nuvole scivolavano sugli acquitrini e sulla pagina del libro che teneva aperto in grembo, si lasciò sfuggire un sospiro e chiuse gli occhi, immersa nelle sue riflessioni. «Sono una bugiarda.» Poi riaprì gli occhi e lesse ancora su quegli altri mondi, su quelle realtà lontane.

Tikuli, che dormiva acciambellato attorno alla coda nella scialba luce del sole, sospirò quasi la stesse imitando, e si grattò una pulce nel sogno. Gubu era a caccia nel canneto. Non riusciva a vederlo, ma ogni tanto il pennacchio di una canna tremolava, e a un certo punto un gallinaccio di palude spiccò il volo, chiocciando indignato.

Immersa nella descrizione dei bizzarri costumi sociali degli Ithsh, non vide Wada finché questi non entrò dal cancelletto. «Oh, sei già qua,» gli disse, còlta di sorpresa, sentendosi impreparata, incompetente, vecchia come sempre si sentiva in presenza di altre persone. Quand'era sola, si sentiva vecchia soltanto quando era sfinita o ammalata. Forse vivere da sola era la cosa migliore da fare, dopo tutto. «Entra pure,» disse, alzandosi. Lasciò cadere il libro, e quando lo raccolse sentì la crocchia di capelli che si scioglieva. «Allora, prendo la borsa e vado.»



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