
Il percorso più lungo e doloroso lo compie l'ex schiava Radosse Rakam, che, nell'arco della sua vita, passa dal più abietto sfruttamento fisico alla realizzazione di un intenso legame d'amore. Non a caso Radosse Rakam diviene una intellettuale e una scrittrice, capace di ricostruire sia la sua storia di sofferenze che la storia del suo popolo reinterpretata in una prospettiva femminile. Radosse Rakam è dunque l'alter-ego di Ursula LeGuin, quella figura di artista che Ursula ha cercato di interpretare nel suo personale percorso narrativo degli ultimi anni: "Fino alla metà degli anni '70, la mia narrativa trattava di avventure eroiche, futuri high-tech, uomini nelle sale del potere, uomini – gli uomini erano i personaggi principali, le donne erano periferiche, secondarie. 'Perché non scrivi sulle donne?' mi chiese mia madre. 'Non so come si fa, ' dissi. Una risposta stupida, ma onesta. Non sapevo scrivere sulle donne – poche di noi sapevano farlo – perché credevo che ciò che avevano scritto gli uomini sulle donne fosse la verità, fosse il modo giusto di scrivere sulle donne. E io non sapevo farlo" ("The Fisherwoman's Daughter").
La fantascienza della LeGuin, perdendo ogni connotato di estrapolazione futuristica, riafferma ne Il Giorno del perdono, una precisa funzione fabulatoria femminista – per riprendere una definizione di Marleen Barr – assieme alla volontà dell'autrice di essere anche lei "storica" e plasmatrice di nuove coscienze. E infatti, le ultime parole di Radosse Rakam, che ha trovato assieme alla libertà il linguaggio della sua autobiografia, ribadiscono il significato "politico" del libro, ma sono anche un fervido messaggio d'amore. Rileggiamole assieme.
Oriana Palusci
TRADIMENTI
«Sul pianeta O non scoppia una guerra da cinquemila anni,» lesse, «e Gethen non ha mai conosciuto guerre.» Interruppe la lettura, per far riposare gli occhi e anche perché stava cercando di abituarsi a leggere lentamente, a non divorare le frasi a bocconi interi come Tikuli ingurgitava il cibo.
