Eyid e Wada non avevano altro posto dove andare, non avevano i mezzi per sopravvivere in una città, non godevano di rapporti tribali per farsi accogliere in altri villaggi. La loro passione era intrappolata negli odi dei vecchi. Yoss li aveva sorpresi, ormai un anno prima, l'uno nelle braccia dell'altra sul terreno gelido di un isolotto nella palude, ci era quasi inciampata sopra, come una volta era inciampata in una coppia di cerbiatti di palude che si tenevano stretti nel loro nido d'erba, dove li aveva lasciati la mamma. Questa coppia le era parsa altrettanto spaventata, erano tutti e due belli e vulnerabili come quei cerbiatti, e l'avevano implorata "di non dire nulla" con tanta umiltà che non aveva potuto fare altrimenti. Stavano tremando per il freddo, le gambe nude di Eyid erano tutte infangate, e si tenevano abbracciati come bambini. «Venite a casa mia,» gli intimò con voce severa. «Per carità!» Poi se ne andò. La seguirono timidi timidi. «Torno tra un'oretta,» gli disse appena li ebbe fatti entrare nell'unica stanza, con la rientranza per il letto proprio accanto al camino. «Non sporcate di fango niente!»

Quella volta s'era aggirata per i viottoli a far la guardia, nel caso qualcuno li stesse cercando. Adesso, mentre i "cerbiatti" passavano la loro ora di piacere a casa sua, andava quasi sempre al villaggio.

Erano troppo ignoranti per pensare a un modo di ringraziarla. Wada tagliava la torba, perciò le avrebbe potuto rifornire il camino senza che sospettassero di nulla, eppure non le avevano mai lasciato nemmeno un fiorellino, anche se ogni volta rifacevano il letto alla perfezione. Forse non le erano nemmeno molto grati. E perché mai? Gli dava soltanto quel che gli era dovuto: un letto, un'ora di piacere, un momento di pace. Non era colpa loro, o merito suo, se non c'era nessun altro che glieli offriva.

La sua capatina di quel giorno la portò al negozio dello zio di Eyid. Era il pasticcere del villaggio.



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