
Tutta la sacra astinenza che s'era ripromessa quand'era arrivata due anni prima, quell'unica ciotola di grano scondito, quel sorso d'acqua pura, era stata dimenticata in un batter d'occhio. La dieta a base di cereali le aveva fatto venire la diarrea, e l'acqua di palude era imbevibile. Mangiava tutta la verdura fresca che poteva comprare o coltivare, beveva vino o acqua minerale o succhi di frutta provenienti dalla città, e conservava un'ampia scorta di dolci, frutta essiccata, uva passa, croccanti, persino le tortine che facevano la madre e le zie di Eyid, dei discoidi obesi spalmati di pasta di noci, roba secca, untuosa, insapore eppure stranamente appetibile. Ne comprò una sporta piena, oltre a una ruota di croccante, scambiando qualche pettegolezzo con le zie, delle donnette scure con gli occhi sfuggenti che la sera prima erano state alla veglia del vecchio Uad e adesso ne volevano discutere. «Quella gente,» cioè la famiglia di Wada, indicata con un'occhiataccia, una scrollata di spalle e uno sbuffo, «s'è comportata male come al solito, si sono ubriacati, hanno scatenato delle risse, non hanno fatto che vantarsi, e hanno dato di stomaco dappertutto, da tangheri avidi e straccioni quali sono.» Quando si fermò all'edicola per prendere un giornale (altro voto da tempo spezzato, dopo che aveva cominciato col leggere solo l'
Arkamye per impararlo a memoria), ci trovò la madre di Wada, dalla quale apprese come «quella gente», cioè la famiglia di Eyid, non aveva fatto altro che vantarsi e ubriacarsi e vomitare dappertutto alla veglia della sera prima. Non si limitò ad ascoltare, ma domandò particolari e sollecitò pettegolezzi. L'adorava.
Che sciocca, pensò mentre si avviava a passo lento verso casa sulla passerella, che sciocca che sono stata a pensare di poter bere solo acqua e stare in silenzio! Non riuscirò mai a scordare nulla, mai nulla. Non sarò mai libera, non sarò mai degna della libertà. Persino la vecchiaia non mi induce a lasciar perdere. Persino la perdita di Safnan non mi spinge a lasciar perdere.