«Troppo tardi,» disse il Capo. La guardò negli occhi per un istante, astuto e strano, poi si scostò i capelli con un gesto impaziente, grugnì qualcosa tipo arrivederci e partì così di colpo che Yoss quasi si dovette accucciare per lasciargli strada. Ecco come avanza un Capo, pensò sarcastica mentre riprendeva il cammino. Grosso, largo, occupa spazio, calpesta forte la terra. E così, così avanza una vecchina, curva, curva.

Alle sue spalle sentì uno strano rumore – spari, pensò subito, perché gli usi e costumi cittadini ti rimangono scolpiti nei nervi – e si voltò di scatto. Abberkam s'era fermato, e adesso stava tossendo con espettorazioni esplosive, tremende, la sua impalcatura possente ingobbita sugli spasmi che quasi lo mettevano in ginocchio. Yoss conosceva quella tosse. L'Ekumene doveva avere delle medicine adatte, ma lei aveva lasciato la città prima che arrivassero. Si portò accanto ad Abberkam, e quando la crisi passò e lui rimase lì boccheggiante, terreo in viso, gli disse, «È berlot. Lo stai superando o lo stai prendendo?»

Lui scrollò il capo.

Lei attese.

Mentre attendeva pensò, Che m'importa se è malato o meno? A lui importa, forse? È venuto qui per morire. L'ho sentito ululare nelle paludi al buio, l'inverno scorso. Ululare per l'agonia. Divorato dalla vergogna, come un uomo con un cancro che l'ha già divorato tutto, eppure non riesce a morire.

«Tutto a posto,» rispose il Capo, con voce roca, irosa, desideroso soltanto che lei se ne andasse, perciò Yoss fece un cenno col capo e se ne andò. Lascialo morire. Come fa a voler vivere ancora sapendo quel che ha perso, il potere, l'onore, e con quel che ha fatto? Ha mentito, tradito i suoi sostenitori, ha commesso appropriazione indebita. Il perfetto politicante. Il gran Capo Abberkam, eroe della Liberazione, capo del Partito Mondiale, che ha distrutto il Partito Mondiale per avidità e follia.



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