
Per il crepuscolo il letto era asciutto, così lo rimise sotto le coperte. Si fermò per la notte, ma lo lasciò al mattino, dicendogli, «Torno stasera». Lui non disse una parola, era ancora molto ammalato, indifferente alla situazione sua e della donna.
Il giorno dopo stava nettamente meglio, la tosse era catarrosa e grassa, una buona tosse. Yoss si ricordava perfettamente di quando Safnan aveva finalmente cominciato a tossire una buona tosse. Ogni tanto era sveglio del tutto, e quando gli portò la bottiglia che Yoss aveva riciclato come vaso da notte, lui la prese, dando le spalle alla donna per pisciarci dentro. Pudore, un'ottima dote per un Capo, pensò lei. Era soddisfatta di lui e di se stessa. S'era dimostrata utile. «Stanotte ti lascio. Fa' in modo che le coperte non scivolino giù. Torno domattina,» gli disse, compiaciuta di sé, del suo polso, della sua irresponsabilità.
Quando tornò a casa in quella serata fredda e serena, Tikuli era acciambellato in un angolo della stanza in cui non aveva mai dormito prima. Non mangiò, e quando cercò di smuoverlo, di carezzarlo, di farlo dormire sul letto, lui strisciò di nuovo nel suo angolino. Lasciami stare, le disse, distogliendo lo sguardo, distogliendo gli occhi, e ficcando nella curva della zampa anteriore il naso nero e aguzzo, in quel momento asciutto. Lasciami stare, ripeté paziente, lasciami morire, perché è questo che sto facendo.
Yoss s'addormentò, dal momento che era molto stanca. Gubu rimase in giro per gli acquitrini tutta la notte. Al mattino Tikuli era ancora in quello stato, rannicchiato per terra nel punto in cui non aveva mai dormito prima, e aspettava.
«Devo uscire,» gli disse. «Ma tornerò presto, molto presto. Aspettami, Tikuli.»
Lui non disse niente, guardando altrove con quegli appannati occhi d'ambra. Non era lei che stava aspettando.
