Yoss attraversò le paludi di buon passo, col ciglio asciutto, furente, inutile. Abberkam era come l'aveva lasciato. Gli diede una pappina di grano, lo accudì e gli disse, «Non mi posso fermare. Il mio cagnolino è malato, devo tornare».

«Cagnolino,» fece eco l'omone con la sua voce cavernosa.

«Un volpino. Me l'ha regalato mia figlia.» Perché glielo doveva spiegare, perché si scusava? Uscì. Quando rientrò, Tikuli era sempre nel punto in cui l'aveva lasciato. Lei rammendò, cucinò del cibo che pensava potesse andar bene per Abberkam, cercò di leggere il libro sui mondi dell'Ekumene, sul mondo privo di guerre, dove era sempre inverno, dove le persone sono sia maschio che femmina. A metà pomeriggio credette opportuno tornare da Abberkam, e si stava appunto alzando quando si alzò anche Tikuli, che le si avvicinò pian pianino. Yoss tornò a sedersi sulla seggiola e si chinò per raccoglierlo, e lui le mise il muso aguzzo nella mano, sospirò e si adagiò con la testa sulle zampe. Sospirò ancora.

Yoss rimase seduta a piangere per un po', non troppo a lungo, poi si alzò per prendere la vanga da giardino e uscì di casa. Scavò una fossa di fianco al camino di pietra, in un angolo solatio. Quando rientrò e raccolse Tikuli pensò con un brivido di terrore, Non è morto! Era morto, solo che non s'era ancora raffreddato. Il folto vello rossiccio tratteneva il calore del corpo. Lei l'avvolse nella sua sciarpa azzurra e lo prese tra le braccia, lo portò alla sua tomba, sentendo ancora attraverso il tessuto quel fioco tepore, e la lieve rigidità del corpo, come una statua di legno. Riempì la tomba, su cui posò una pietra caduta dal camino. Non riuscì a dire nulla, ma in testa aveva un'immagine simile a una preghiera, Tikuli che correva nel sole.

Portò del cibo sotto il portico per Gubu, che era rimasto fuori tutto il giorno, e infine si avviò lungo la passerella. Era una serata coperta, silenziosa. Le canne s'ergevano grigie, e gli stagni avevano una lucentezza plumbea.



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