Abberkam era seduto nel letto, certamente più in forma, forse con una riga di febbre, ma niente di serio. Era affamato, ottimo segno. Quando gli portò il vassoio, lui le disse, «Sta bene il cagnolino?»

«No,» rispose Yoss, girando il capo dall'altra parte, poi solo dopo un minuto riuscì ad aggiungere, «È morto».

«È nelle mani del Signore,» disse quella voce profonda e roca, e lei rivide Tikuli che correva nel sole, alla presenza di qualcuno, un essere gentile come la luce del sole.

«Sì,» disse. «Grazie.» Le labbra le tremarono e la gola le si serrò. Continuò a studiare il disegno della sciarpa azzurra, foglie azzurre stampate su un fondo più scuro, cercando di trovare qualcosa da fare. Per il momento tornò a controllare il fuoco, poi ci si sedette accanto. Si sentiva molto stanca.

«Prima che il Signore, Kamye, levasse la spada, faceva il mandriano,» disse Abberkam. «E lo chiamavano il Signore delle Bestie, e Mandria di Cervi, perché quando entrò nella foresta venne tra i cervi, e anche i leoni gli camminavano a fianco tra i cervi, senza far danno. Nessuno aveva paura.»

Parlava a voce tanto bassa che le ci volle un po' per capire che stava citando passi dell'Arkamye.

Yoss mise un altro blocco di torba sul fuoco, poi tornò a sedersi.

«Dimmi da dove vieni, Capo Abberkam,» gli disse.

«La piantagione di Gebba.»

«All'est?»

Lui fece segno di sì con la testa.

«Com'era?»

Il fuoco cominciò a covare sotto la cenere, esalando un fumo pungente. La notte era assolutamente silenziosa. Quando era arrivata dalla città in quei posti, il silenzio l'aveva tenuta sveglia, una notte dopo l'altra.

«Com'era?» ripeté l'omone quasi in un sussurro. Come molta gente della loro razza, l'iride scura gli riempiva l'occhio, eppure Yoss scorse il lampo bianco mentre la scrutava.



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