Temeva che le potesse sfuggire il punto in cui doveva svoltare, ma quando ci arrivò ormai gli occhi si erano abituati all'oscurità, e riuscì persino a distinguere la chiazza della sua casa nel paesaggio indistinto dei canneti. Gli Alieni ci vedevano male di notte, da quel che le avevano detto. Avevano degli occhietti piccini, dei puntini col bianco tutto intorno, come un vitellino impaurito. Quegli occhi non le piacevano, anche se amava il colore della loro pelle, un marrone scuro o rossiccio, più caldo di quel marrone bigio della pelle degli schiavi oppure del nero con sfumature bluastre della pellaccia che Abberkam aveva ereditato dal possidente che gli aveva violentato la madre. Pelli cianotiche, come le definivano delicatamente gli Alieni, un adattamento oculare allo spettro luminoso del sole del sistema wereliano.

Gubu le danzò attorno mentre scendeva il sentierino, silenzioso le pizzicò le gambe con la coda. «Attento,» lo rimproverò lei, «altrimenti ti pesto.» Gli era tanto grata che lo raccolse da terra appena entrati in casa. Questa sera non l'aspettava il saluto gioioso e nobile di Tikuli, né stasera né mai. Ron-ron-ron, faceva Gubu sotto il suo orecchio, dammi ascolto, io sono qui, la vita continua, dov'è la cena?


In fin dei conti, il capo aveva una punta di polmonite, così Yoss andò al villaggio per chiamare la clinica di Veo. Quelli mandarono un dottore che disse che non andava malaccio, bastava tenerlo su seduto a tossire, gli infusi d'erbe andavano bene, bastava tenerlo sotto controllo, questo sì, e se ne andò, grazie tante. Così lei trascorse i pomeriggi col Capo. Senza Tikuli la casa sembrava tanto tetra, le giornate di fine autunno parevano tanto fredde, e poi cos'altro aveva da fare? Le piaceva quella casa galleggiante, grande e buia.



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