
Non era affatto intenzionata a fare i lavori di casa per il Capo o per qualsiasi uomo che non sapesse badare a se stesso, però ficcanasò, si aggirò nelle stanze che Abberkam non usava o che forse non aveva mai nemmeno visitato. Ne trovò una che le piaceva al piano di sopra, con delle lunghe finestre basse lungo tutta la parete ovest. La spazzò e pulì le finestre con i loro piccoli pannelli verdognoli. Quando lui dormiva, lei saliva a sedersi in quella stanza, su un tappeto sdrucito di lana, il suo unico arredo. Il camino era stato murato con dei mattoni scompagnati, ma il calore arrivava dal fuoco di torba acceso al piano di sotto, e con la schiena contro i mattoni tiepidi e il sole che entrava di sbieco, Yoss se ne stava al calduccio. Lì trovava una pace che sembrava appartenere a quella stanza, alla conformazione dell'aria, a quei vetri verdi e disomogenei. Sedeva lì in silenzio, senza far nulla, soddisfatta, come non le era mai successo a casa sua.
Il Capo si riprese molto lentamente. Spesso era imbronciato, arcigno, sembrava la persona incivile che in un primo tempo lei aveva pensato fosse, immerso in uno stato stuporoso di rabbia e vergogna egocentrica. Altri giorni, invece, era disposto a parlare, e persino ad ascoltare, ogni tanto.
«Stavo leggendo un libro sui mondi dell'Ekumene,» gli disse Yoss mentre aspettava che le frittelle di fagioli fossero pronte per essere girate dall'altra parte. In quegli ultimi giorni cucinava e mangiava con lui nel tardo pomeriggio, poi lavava i piatti per tornare a casa prima che facesse buio. «È molto interessante. Sembra accertato che discendiamo tutti dal popolo di Hain, tutti quanti. Noi, e anche gli Alieni. Persino i nostri animali hanno degli antenati comuni.»
«Così dicono,» grugnì il Capo.
«Non è questione di chi lo dice. Chiunque controlli i dati lo può verificare. È un fatto genetico. Che poi non ti piaccia non cambia la cosa.»