
«Allora era già finito,» disse il Capo con un filo di voce. La guardò dritto in faccia, la vide, e lei capì che lo faceva di rado.
Rimase immobile, senza comprendere, in attesa.
«Era già finito, allora. Da anni. Ciò di cui ero convinto ai tempi di Nadami. Che ci bastasse scacciarli per essere liberi. Ci siamo persi nel prosieguo infinito della guerra. Sapevo che era una menzogna. Che importava se mentivo ancora?»
Lei capì soltanto che era terribilmente sconvolto e forse anche fuori di senno, e che aveva sbagliato a provocarlo. Erano vecchi tutt'e due, entrambi sconfitti, entrambi avevano perso i propri figli. Perché desiderava tanto ferirlo? Gli posò la mano sulla sua per un attimo, in silenzio, prima di raccogliere il vassoio.
Mentre lavava i piatti nell'acquaio, lui la chiamò. «Vieni qui, per favore!» Non s'era mai comportato in quel modo, così lei tornò di corsa nella stanza.
«Tu chi eri?» le domandò.
Rimase immobile a fissarlo.
«Prima di venire qui,» aggiunse lui impaziente.
«Sono partita dalla piantagione per fare il tirocinio,» gli spiegò. «Vivevo in città. Insegnavo fisica. Gestivo l'insegnamento della scienza nelle scuole. Ho educato io mia figlia.»
«Come ti chiami?»
«Yoss. Tribù di Seddewi, da Banni.»
Lui fece un cenno col capo, e dopo un altro secondo Yoss tornò in cucina. Non sapeva nemmeno come mi chiamo, pensò.
Ogni giorno lo costringeva ad alzarsi, a camminare un poco, a stare seduto. Lui obbediva, ma era stanco. Il pomeriggio seguente lo fece camminare a lungo, e quando lui tornò a letto chiuse subito gli occhi. Yoss scivolò lungo le scale scricchiolanti verso la stanza con le finestre a occidente, dove rimase seduta a lungo in perfetta quiete.
