
Mentre preparava la cena, lo fece sedere sulla seggiola. Parlava, per tirarlo su di morale, perché lui non si lamentava mai delle sue pretese, eppure sembrava tetro e pensieroso, e Yoss non si dava pace di averlo turbato il giorno prima. Non erano forse lì entrambi per lasciarsi alle spalle tutte quelle storie, tutti i loro errori e fallimenti, come pure gli amori e le vittorie? Gli parlò di Wada e di Eyid, tirando per le lunghe la storia degli amanti sfortunati, che erano appunto nel letto di casa sua proprio quel pomeriggio. «Non avevo nessun posto dove andare quando venivano,» disse. «Poteva essere piuttosto spiacevole, in giornate fredde come questa. Mi toccava gironzolare per le botteghe del villaggio. Devo ammettere che così è meglio. Questa casa mi piace.»
Lui grugnì e poco altro, ma lei capì che la stava ascoltando con attenzione, quasi che stesse cercando di capire, come uno straniero che non comprendesse la lingua.
«A te non importa niente della casa, vero?» proseguì Yoss ridendo, mentre versava la minestra. «Almeno sei onesto. Eccomi qui che faccio finta di essere una santa, di rifarmi un'anima, e mi interesso alle cose, mi ci attacco, le amo.» Si sedette a mangiare la zuppa accanto al fuoco. «Sopra c'è una bella stanza,» aggiunse. «La stanza d'angolo sul davanti, quella che dà a ovest. Dev'esserci successo qualcosa di bello in quella camera, forse un tempo ci vivevano due persone innamorate. Mi piace guardare le paludi da lì.»
Quando fu pronta per uscire, lui le chiese, «Se ne saranno già andati?»
«I cerbiatti? Oh, sì. Da un pezzo. Dalle loro famiglie piene d'odio. Immagino che, se potessero abitare assieme sul serio, anche loro sarebbero presto pieni d'odio. Sono tanto ignoranti. Come possono farne a meno? Il villaggio è abitato da gente dalla mente ristretta, sono tanto poveri. Però si aggrappano al loro amore come se lo sapessero… era questa la loro verità…»
