
I riferimenti alla serie di Hain, consentono alla scrittrice di adoperare le convenzioni del genere SF in modo agile e contenuto. La contrapposizione tra Werel e Yeowe ricorda quella tra Urras e Anarres ne I reietti dell'altro pianeta, salvo che, ne Il giorno del perdono, il trionfo dell'utopia si è allontanato e il "privato" ha acquistato peso maggiore. Non esiste più la figura di un Cristo Salvatore, come era lo scienziato Shevek, né compare sullo sfondo l'insegnamento della profetessa Odo. Sono comunque le donne a battersi contro la crisi degli ideali utopici che avviene su Yeowe alla fine della Guerra di Liberazione.
È indicativo l'uso simbolico del colore della pelle, poiché i colonizzatori di Werel sono nero ebano e i neri sono anche alcuni dei leaders delle fazioni che si azzuffano su Yeowe, perché nati dall'accoppiamento forzato delle schiave con i loro padroni. Non ci vedrei tanto una sorta di capovolgimento satirico rispetto alla realtà americana, quanto una presa di distanza dal mitico slogan rivoluzionario black is beautiful. Non sempre è vero, soprattutto nei confronti delle donne – sembra suggerire la LeGuin de Il giorno del perdono. Semmai, va ricordato che la pelle scurissima di Radosse Rakam la sottoporrà – ancora bambina – prima alle sevizie sessuali della padrona e poi a quelle dei "proprietari".
Accanto agli echi della Guerra del Vietnam, appaiono altri e più attuali rimandi storici. La fede religiosa di Abberkam fa pensare al fondamentalismo islamico, l'azione dei giovani patrioti della seconda novella assomiglia ai sequestri politici delle Brigate Rosse e di altri gruppi rivoluzionari, le guerre etniche ricordano quelle che hanno lacerato la Jugoslavia e alcuni stati africani. La LeGuin si muove sul crinale sottile che divide l'allegoria dall'immaginario (fanta)scientifico, condividendo con alcuni dei suoi personaggi una tendenza filosofeggiante talvolta un pochino verbosa.
