
Intanto il tempo passava, Noi sarebbe arrivato, e lei cos’aveva fatto dopo colazione?
Si alzò così all’improvviso che barcollò e si dovette afferrare alla sedia per essere certa di non cadere. Infilò il corridoio dirigendosi in bagno e si guardò nel grande specchio. La grigia crocchia le scendeva giù disfatta: non l’aveva pettinata bene, prima di colazione. Si affannò cercando di risistemarla. Com’era arduo tenere le braccia sollevate in aria. Amai, entrata di corsa per andare alla toilette, si fermò e le disse: — Faccio io! — ; e gliel’annodò con cura e perizia in un attimo, con quelle sue piacevoli dita tonde e forti, sorridendo in silenzio. Amai aveva vent’anni, meno di un terzo degli anni di Laia. I suoi genitori erano stati entrambi membri del Movimento: uno era rimasto ucciso nell’insurrezione del ’60, l’altro era ancora alla ricerca di nuove adesioni al partito nelle province meridionali. Amai era cresciuta nelle Case odoniane: nata per la rivoluzione, vera figlia dell’anarchia. Una bambina così tranquilla e libera e bella che il solo pensiero commuoveva: è per questo che abbiamo lavorato, è questo che volevamo costruire, questo, ed eccola qui, viva, il nostro futuro felice e radioso.
L’occhio destro di Laia Asieo Odo pianse alcune minuscole lacrime, mentre lei stava lì in piedi tra i lavabi e le latrine e mentre la figlia che lei non aveva generato le acconciava i capelli; ma l’occhio sinistro, quello forte, non piangeva e ignorava cosa faceva il destro.
