
Laia ringraziò Amai e tornò in fretta nella propria stanza. Nello specchio aveva notato una macchia sul colletto. Probabilmente succo di pesca. Vecchia bavosa. Non voleva che Noi entrasse e la trovasse con quella sbavatura sul colletto.
Mentre s’infilava dalla testa la camicia pulita pensò: "Ma cos’ha Noi di così speciale?"
Allacciò lentamente gli alamari del colletto con la mano sinistra.
Noi era sui trent’anni, esile, muscoloso, con una voce calda e vivi occhi scuri. Questo era tutto ciò che lo caratterizzava. Semplicissimo. Il buon sesso di una volta. Gli uomini biondi o grassi non avevano mai esercitato su di lei il minimo fascino, e nemmeno si era mai sentita attratta dai tipi alti e dotati di grandi bicipiti, no, nemmeno quando aveva quattordici anni e cadeva come una pera cotta al passare di un ganimede qualunque. Bruno, smilzo e focoso: questa era la sua ricetta. Taviri, naturalmente. Quel ragazzino non si poteva certo paragonare a Taviri per intelligenza e nemmeno fisicamente, ma il punto era questo: lei non voleva che la vedesse con quella sbavatura sul colletto e con i capelli tutti in disordine.
Quei suoi capelli sottili, grigi.
Entrò Noi, che si era trattenuto appena un attimo sulla soglia. Santo Dio, lei non aveva nemmeno chiuso la porta mentre si cambiava la camicia! Lo guardò e vide se stessa. Una vecchia.
Che si spazzoli i capelli e si cambi la camicia, o invece indossi la camicia della settimana prima e si porti in giro le trecce della notte prima o ancora si metta un abito intessuto d’oro e si cosparga con polvere di diamanti la testa rasata, non fa la minima differenza. Una vecchia appare soltanto poco più o poco meno grottesca.
Ci si tiene in ordine per puro senso della decenza, per pura e semplice igiene mentale, per consapevolezza del prossimo.
E poi anche questo non vale più, e ci si sbava addosso senza ritegno.
