La mano le si posò su una cartellina rammollita dal tempo: la tirò fuori, avendola riconosciuta prima al tatto che alla vista. Era il manoscritto di L’organizzazione sindacale nel periodo rivoluzionario di transizione. Sulla cartellina Taviri aveva impresso il titolo e sotto aveva scritto il proprio nome: Taviri Odo Asieo, IX 741. Quella sì che era bella grafia, con lettere ben modellate, decisa, sicura. Ma lui aveva preferito servirsi di una fonostampante. L’originale era interamente fonostampato, e anche di alta qualità: esitazioni soppresse e idiotismi personali normalizzati. Non vi si percepiva quel suo modo di pronunciare la «o» dal fondo della gola secondo l’abitudine della costa settentrionale. Non c’era altro, di lui, che la sua intelligenza. Di Asieo non le restava che il nome scritto sulla cartellina. Non aveva conservato le sue lettere: sarebbe stato sentimentale. Non le riusciva di pensare a niente che avesse posseduto per più di qualche anno: fatta eccezione per quel suo corpo sconquassato, beninteso, ma lei se lo portava incollato addosso…

Di nuovo la scissione. «Lei«» e «il suo corpo». La vecchiaia e la malattia ti portavano a scindere così, a evadere; il tuo cervello insisteva: "Non sono io, non sono io". E invece eri tu. Forse ai mistici era possibile separare intelletto e corpo: lei aveva sempre invidiato loro questa possibilità, senza sperare di poterli emulare. L’evasione era un gioco al quale non aveva mai giocato. Piuttosto aveva cercato la libertà, subito, per il corpo e per l’anima.

Prima autocommiserazione, poi autoincensamento; eccola sempre lì col nome di Asieo tra le mani. Per amor di Dio, ma perché? Non conosceva già quel nome senza avere il bisogno di tenerlo sotto gli occhi? Forse c’era in lei qualcosa che non andava? Portò alle labbra la cartellina e baciò con decisione e determinazione quel nome scritto a mano; ripose la cartellina nel cassetto, lo richiuse e si appoggiò eretta allo schienale.



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