
Tutto ma non questo. Purché la gente fosse libera di scegliere, non era affar suo se poi viveva in cloache e beveva insetticida. Purché questo non fosse affare degli Affari, fonte di profitto e mezzo di potere per altri. Cose, queste, che aveva intuito assai prima di sapere qualcosa di preciso. Prima di scrivere il suo primo libello, prima di lasciare Parheo, prima di conoscere il significato di «capitale», prima di oltrepassare i confini di via del Fiume dove giocava con gli altri bambini di sei anni posando per terra le ginocchia piene di croste, sapeva già tutto questo: che lei e gli altri bambini e i suoi genitori e i loro genitori e gli ubriaconi e le prostitute e tutta le gente di via del Fiume stavano al fondo di qualcosa, erano le fondamenta, la realtà, la sorgente. Ma nessuno di coloro che si ritenevano fatti di materiale più nobile del fango era disposto a capire. Ora Laia, acqua in cerca della condizione di equilibrio, fango nel fango, avanzava stancamente lungo la strada sporca e rumorosa, e tutta la sconcia debolezza della sua vecchiaia si sentiva a proprio agio. Le sonnacchiose prostitute con la pettinatura laccata che stava tutta di sghimbescio ed era sul punto di sfasciarsi, la vecchia guercia che strillava stancamente i nomi delle sue verdure, il mendicante idiota intento a cacciar via le mosche a schiaffi: erano questi i suoi concittadini. Le assomigliavano, nella loro tristezza, nella loro ripugnanza, pochezza, spregevolezza, oscenità. Erano i suoi fratelli, la sua gente.
Non si sentiva molto bene. Da tanto tempo non si avventurava così lontano — quattro o cinque isolati — da sola, nel rumore e nella calca e sotto il cocente sole dell’estate. Aveva avuto l’intenzione di andare al parco Koly, quel triangolo di erba miseranda al fondo della Temeba, e sedersi per un momento con gli altri uomini e le altre donne che ci andavano ogni giorno, per capire cosa significava starsene seduti là e essere vecchi: ma era troppo lontano.