Lei era se stessa. Sì, era stata l’indefessa lavoratrice e pensatrice, ma un grumo di sangue in una vena le aveva sottratto quella donna. Sì, era stata l’amante, colei che si apriva una strada nella vita, ma Taviri morendo le aveva sottratto quella donna. Niente era rimasto, in realtà, se non le fondamenta. Era tornata: non se n’era andata mai. «Il vero viaggio è il ritorno». Polvere e fango e la soglia di un tugurio. E oltre, in fondo alla strada, quel campo pieno di erbe alte e secche sotto il soffio del vento al crepuscolo.

— Laia! Ma cosa fai, qui? Stai bene?

Uno degli abitanti della Casa, naturalmente: una brava donna, un po’ fanatica e un po’ ciarliera. Laia non ne ricordava il nome sebbene la conoscesse da anni. Lasciò che la riportasse a casa, e lasciò che parlasse per tutta la strada. Nel grande salone (un tempo occupato da cassieri intenti a contare il denaro dietro i banconi lucenti sotto lo sguardo di guardie armate) Laia si sedette su una sedia. Non se la sentiva proprio, almeno per il momento, di salire le scale, sebbene preferisse starsene sola. La donna continuava a parlare, e altri entravano eccitati nella sala. Sembrava che stessero programmando una dimostrazione. Gli eventi, a Thu, procedevano così rapidi che anche lì gli animi si erano infuocati, e bisognava fare qualcosa. Dopodomani — no, domani — ci sarebbe stata una marcia, una grande marcia, dalla città vecchia alla piazza del Campidoglio, lungo il vecchio itinerario.

— Un’altra Rivolta del nono mese — disse un giovane, infiammato e ridente, guardando Laia. Al tempo della Rivolta del nono mese non era nemmeno nato, per lui era soltanto storia. Ora voleva fare anche lui la sua piccola parte di storia. La sala si era riempita. Vi si sarebbe tenuta un’assemblea generale l’indomani alle otto del mattino. — Laia, dovrai parlare.



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