I giovani circolavano per i locali della Casa con piacevole immodestia, ma lei era troppo vecchia per farlo. Non voleva rovinare la colazione di qualcuno di loro mostrando la propria vecchiaia. E poi i giovani erano cresciuti col principio della libertà nell’abbigliamento e nel sesso e in tutto il resto, e lei no. Lei non aveva fatto altro che inventare la libertà: non era esattamente la stessa cosa.

Come, ad esempio, chiamare Asieo «mio marito». La parola li faceva sempre sobbalzare. Un buon odoniano, naturalmente, doveva usare «compagno». Ma chi aveva mai detto che lei dovesse essere una buona odoniana?

Ciabattò lungo il corridoio dirigendosi ai bagni. Mairo si stava lavando i capelli in un lavabo. Laia guardò ammirata quella lunga e liscia matassa intrisa d’acqua. Ormai usciva così di rado dalla Casa che non ricordava quando avesse visto per l’ultima volta una testa rispettabilmente rasata; ma la vista di una grande corona di capelli le dava piacere, un piacere intenso. Quante volte era stata derisa (Capellona, Capellona!), quante volte i poliziotti o i teppisti le avevano tirato i capelli, quante volte, a ogni cambio di prigione, un soldato l’aveva rasata con un ghigno sulla bocca? E poi i capelli erano ricresciuti, da lanugine a riccioli a ciocche a criniera… Tanto tempo prima. Per amor di Dio, proprio quel giorno doveva pensare al tempo andato?

Dopo che si fu vestita ed ebbe rifatto il letto, scese alla mensa. La colazione era buona, ma lei non era più riuscita a recuperare l’appetito dopo quel maledetto colpo apoplettico.



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